Le storie per gli scrittori

Riflessioni sulla prima parte de “La panne” di Friedrich Dürrenmatt (Adelphi, 2014).

La domanda.

La domanda che Dürrenmatt pone all’inizio della prima parte del racconto, Ci sono ancora storie possibili, storie per scrittori?, ha una valenza universale ancora oggi, soprattutto in questi tempi in cui la letteratura commercializzata, quella che per intenderci “si vende”, che va incontro ai gusti della maggior parte dei lettori, è proprio la generalizzazione in termini lirici del proprio Io e la sistemazione logica di storie in cui emergano se non vere confessioni, almeno una certa veridicità, insieme ai valori che sono di moda. Prova ne è il successo di chi si espone sui social. Al contrario, quel porsi davanti al proprio tema come fa lo scultore con la materia, quindi lavorarlo e svilupparlo allo stesso modo, mette prima o poi l’aspirante scrittore davanti all’assurdo che “ovunque viene a galla” e alla fatidica domanda se ci sia ancora qualcosa da raccontare.

La metafora dello scultore.

Se scrivere non è un divertimento, se ci si fa da parte con i problemi che riguardano solo noi – e se si escludono la fantascienza e il distopico – non rimane che l’uomo comune come materia su cui lavorare, per tornare alla metafora dello scultore, perché è da lui che emerge l’umanità tutta ed è lui che si deve guardare muoversi in un mondo che non crede più in un dio o in un destino, ma è pieno di impedimenti casuali. O almeno è questo che tanti pensano. Anche se è sufficiente una figura carismatica spirituale o politica per ribaltare l’individualismo e radunare folle disposte a credere nella comunione. Emblematica, a questo proposito, l’ondata emozionale collettiva seguita alla morte di Papa Francesco. La tecnologia, che sembra venirci in aiuto, non ci salva. Nemmeno in questo ambito si è esenti da errori, battute d’arresto inaspettate, incidenti. Spesso il progresso tecnologico fa persino paura, si veda la diffidenza che accompagna l’uso sempre più diffuso dell’ Intelligenza Artificiale un po’ in tutti gli ambiti, non escluso quello letterario. Il rischio, per lo scrittore che si dedichi al lavoro di scultore sulla materia dell’uomo comune, tenendo conto del caos in cui vive, è quello di raccontare storie che non interessino al mercato editoriale ma che, paradossalmente, siano le uniche storie possibili.

L’umanesimo.

Vorrei sottolineare e qui integrare il Nostro – anche perché non credo al caso, ma alla responsabilità individuale e collettiva – che l’umanesimo non dovrebbe mai essere messo da parte in nessun ambito, a maggior ragione in letteratura. Se il mondo dimentica l’uomo, la dignità della persona, la libertà e tutti i diritti, gli scrittori devono alzare la voce e tessere la verità dell’uomo dentro le loro storie. Lo sa bene Mircea Cărtărescu, il maggiore scrittore romeno contemporaneo, e lo rimarca con forza anche nel suo ultimo romanzo, “Theodoros”, dove i personaggi navigano nella storia corale delle nostre origini percorrendo miriadi di sentieri e rivoli secondari, paesaggi, vicende visionarie e leggendarie, con uno stile affascinante e sontuoso, con un periodare ricco, aggettivi, avverbi (alla faccia dei rigori e dei tagli estremi degli editor nostrani), senza perdere mai di vista il punto principale, il vero fulcro di ogni avventura letteraria: il destino dell’uomo.

Foto di Aaron Burden su Unsplash